Che cosa aspettiamo?

Per una ragione o per l’altra finisco per leggere il giornale alla sera, o addirittura il mattino dopo; i quotidiani si ammucchiano (finché la colonna resiste senza crollare) su una sedia in soggiorno, perciò, a rigor di logica, quello in cima è il più recente; succede però anche a queste carte, come a tutte le tonnellate di carta che si accumulano in questa casa, che si spostino (ci devono essere sotterranei sommovimenti, chissà, o spifferi potenti – che fa anche rima).
Così l’altro giorno – e non è la prima volta – mi sono messa a leggere il giornale di una settimana prima.
Non me ne sono accorta per un bel pezzo.
Ritrovato nel mucchio il quotidiano con la data giusta, non ho rilevato grandi novità: il problema è che il tempo della politica è l’immobilità, siamo tutti lì ad aspettare. Mi sento come un personaggio dell’ultima raccolta di racconti di DeLillo: «Era seduto curvo accanto alla radio, in attesa di sentire nella notizia di un veicolo capovolto a Gowanus l’accenno all’imminente fine globale.»  (http://www.leparoletranoileggere.it/2013/06/24/langelo-esmeralda/#more-694)